Milena, lo tsunami del giornalismo
Affaritaliani.it, testo di Marialetizia Mele del 11/10/2008 - Ha detto di lei Giorgio Bocca: “E’ l’ultima giornalista che fa inchieste vere” e anche questa volta Milena Gabanelli ha mantenuto le promesse. Prima ancora di andare in onda, la nuova serie di Report si è annunciata con un’inchiesta su Alitalia che ha provocato un mezzo terremoto politico, con il ministro dell’Economia che ha minacciato le dimissioni e il governo di fatto costretto a modificare il decreto Alitalia. Report, che ha scoperto nel decreto la norma “salva manager” di cui nessuno si era accorto, ha fatto quello che fa sempre: “Approfondiamo argomenti che non capiamo e che ci piacerebbe capire meglio”, dice Milena Gabanelli.
Sembra facile, detto così, ora che Milena è diventata il simbolo del giornalismo d’inchiesta televisivo e guida una squadra di dieci giornalisti, in un programma di prima serata con ottimi ascolti. (…) Gli autori sono collaboratori che producono da soli le proprie inchieste e le vendono alla Rai, senza passare per società esterne; così i costi si abbattono e su ogni argomento il giornalista può fare un lavoro più approfondito, anche di tre o quattro mesi. (…)
La formula funziona, e lo dimostrano non solo i telespettatori e i numerosi premi vinti, ma soprattutto la sfilza di querele arrivate negli anni, segno che le vere inchieste sono sempre “scomode”: “Per fare questo lavoro devi essere puro, non puoi essere amico di nessuno”, sottolinea Milena. (…) In redazione arrivano continuamente richieste di sponsorizzazione di comitati di cittadini, ma vengono sempre rifiutate, perché vorrebbe dire appoggiare degli interessi e danneggiarne altri; si leggono invece tutte le proposte dei telespettatori (“anche 500 al giorno, quando andiamo in onda”), per capire quali sono i temi più caldi. (…)
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Con Barnard colpiti il giornalismo d’inchiesta e la libera informazione
Dazebao, 29 febbraio 2008 – È triste constatare come nel raro campo del giornalismo d’inchiesta, curato da professionisti impegnati a diffondere un servizio per l’intera collettività, si verifichino azioni trasversali di potentati economici, datori di lavoro e anche “colleghi di sventura” che possono mettere alla gogna un operato serio e rigoroso.
Per Paolo Barnard, giornalista della redazione di Report le cose non si sono messe bene dopo la diffusione, l’11 ottobre del 2001, dell’inchiesta “Little Pharma & Big Pharma” che rivelava la criminosa pratica del comparaggio farmaceutico. Da quel momento sono iniziati problemi col sopraggiungere di querele e successivi guai giudiziari che ora lo vedono solo contro i legali d’una Multinazionale.
Benché la strada del reporter di denuncia sia spesso e volentieri più impervia del previsto è strano che tutti, ma proprio tutti, voltino le spalle a un giornalista che nel rispetto della deontologia ha creduto nell’essenza vera del proprio mestiere. E si resta ancor più smarriti se un team redazionale come quello di Report e l’ottima conduttrice Gabanelli - che hanno dato prova di serietà professionale e coraggio individuale – lasciano al suo destino un collega quasi nella vicenda ci fosse bisogno d’un capro espiatorio. (…)
Di fronte a simili eventi non c’è da meravigliarsi se nel ‘Rapporto mondiale sulla libertà d’informazione del 2005 di Freedom House’ l’Italia s’attesti in settantasettesima posizione e sia considerata solo parzialmente libera al pari di Paesi dove la corruzione è parte integrante della società. (…) E con George Orwell ricordiamo che: «La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire». (…)
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Il caso Report e le cause civili
Blog “Piovono Rane” di Alessandro Gilioli, 14 febbraio 2008 – Apprendo (…) della questione che vede opposti Report e il suo ex collaboratore Paolo Barnard: sintetizzando all’estremo, quest’ultimo non solo non è protetto legalmente dalla Rai, ma rischierebbe addirittura di subire la rivalsa della tivù di Stato per un suo servizio citato in giudizio. (…)
Ci si lamenta spesso, in giro, che il giornalismo d’inchiesta sia assai raro sui giornali e poco si parla invece del principale ostacolo al suo sviluppo, determinato dalla cause civili con richiesta economica di danni.
Fino a pochi anni fa, quando si scriveva qualcosa di “fastidioso” per qualcuno, il rischio prevalente era quello di una querela penale per diffamazione. Il processo penale, si sa, è lento - c’era quindi tempo per far raffreddare gli animi - e comunque non si rischiavano grossi patrimoni. (…)
In ogni caso, in sede penale c’erano molte più possibilità di far valere le proprie ragioni, in quanto non mancano le garanzie per l’imputato.
Da qualche anno invece chiunque si ritenga più o meno legittimamente “danneggiato” da un articolo fa causa civile e chiede miliardi (milioni di euro) di risarcimento.
L’effetto è devastante. Arrivano cause incredibili, per le ragioni più pretestuose e assurde. A volte, semplicemente, “ci provano”, ma intanto ottengono l’effetto di togliere la voglia a direttore ed editori di fare inchieste con nomi e cognomi.
Ovviamente è giusto che chi scrive risponda - anche in sede legale - di ciò che ha scritto, ma è l’effetto deterrente e preventivo della montagna di cause civili che non fa bene al giornalismo d’inchiesta. (…)
Insomma, ben venga il caso Report se serve ad accendere l’attenzione sul fatto che, alla fine, un editore ha più voglia di fare innocui pezzi fru-fru che inchieste rischiose in termini economici.
Nel caso specifico, ovviamente, la Rai farebbe una figura migliore se si prendesse la rensponsabilità di quello che ha mandato in onda, ma questa non è che una pagina di una storia molto più lunga.
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'Report', il giornalismo di inchiesta che piace
Adnkronos – Ign, 26 novembre 2007: L'informazione non addomesticata di 'Report' piace al pubblico. E la prova arriva dagli ascolti incassati dal programma giornalistico di Milena Gabanelli, in onda da dieci anni su Raitre.
La trasmissione fatta di inchieste realizzate da giornalisti free lance e trasmessa la domenica in prima serata sulla terza rete della Rai ha aperto la stagione 2007 attestandosi su una media di 3 milioni di spettatori.
Solo ieri sera 'Report', che tornava ad affrontare la questione delle esternalizzazioni ovvero quella pratica di dare in appalto a cooperative o ad agenzie interinali una parte del lavoro di enti e aziende, è stato seguito da 2 milioni 999 mila persone con uno share del 12,37%.
Segreto del successo: il rigore giornalistico con cui la squadra della signora delle inchieste affronta argomenti spesso conosciuti ma complessi o dai risvolti poco chiari.
Milena Gabanelli per la sua trasmissione sempre più punto di rifermiento nel panorama dell'informazione italiana, ha ricevuto dal
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CAPITALIA/ ARPE: REPORT? GIORNALISMO ALTISSIMA QUALITÀ
Apcom, 15 novembre 2007 - Quello di Report è un “giornalismo di altissima qualità”. In un colloquio con l’Espresso domani in edicola, l’ex amministratore delegato di Capitalia, Matteo Arpe risponde così alla domanda se, come molti sostengono, sia stato lui l’ “ispiratore” del servizio della trasmissione di Rai3 che ha preso di mira la gestione di alcuni finanziamenti da parte dell’istituto romano.
“Molti? - dice Arpe - Forse qualcuno che non mi conosce. Penso che dietro a ‘Report’ ci sia solo un giornalismo di altissima qualità, e una deontologia professionale che ammiro. Giudizio largamente condiviso, che esclude che dietro ci sia qualcuno. Spesso chiedersi chi c’è dietro serve a sviare l’attenzione dal contenuto”. (…)
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