Nòva sul giornalismo
Crossroads di Luca De Biase, 10 aprile 2008 - (…) Il pubblico attivo è il protagonista di ogni pensiero innovativo. E rivaluta la tradizionale missione di servizio dei giornalisti. Nella prospettiva di una relazione simbiotica tra i cittadini attivi e i giornali.
Certo, c'è un presupposto da sottolineare. Il presupposto è che l'avanzata del pubblico attivo sia ineluttabile. Le opportunità offerte da internet la rendono in effetti altamente probabile come dimostrano milioni di persone che le hanno già colte.
Ma un pezzo di Newsweek sulla repressione 2.0, che racconta i nuovi modi di impedire la libera epressione delle idee usando la rete, approfondisce il ragionamento e lo rende deontologicamente decisivo. Non si tratta di fatti che riguardano solo i regimi che si oppongono alla libertà di informazione, dalla Cina al Medio Oriente, ma anche i paesi occidentali: la censura è un'arma pesante, l'autocensura indotta dalla paura e dal convenzionalismo è un'arma letale. Proprio perché sottile e insinuante.
I giornali tradizionali che vogliano partecipare al processo democratico dovranno lottare per garantire lo sviluppo e la crescita del pubblico attivo: se all'inizio della storia internettiana hanno forse visto il pubblico attivo come un competitore, se oggi cominciano ad adattarsi per non perdere posizioni, domani dovranno stare dalla sua parte in nome della democrazia. (…)
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Pluralità singolare
Blog di Luca De Biase, 24 marzo 2008 – Collaborazione e competizione convivono nella maggior parte degli ecosistemi. (…) Avremmo voluto, forse, un processo evolutivo meno conflittuale nell’ecosistema dell’informazione. Perché è fatto essenzialmente di persone. Ma non è apparentemente così. Anzi, l’evoluzione anche delle idee avviene come una successione di momenti pacifici e di momenti conflittuali. (…)
Sappiamo che una condizione pacifica tra le persone che si aggregano può andar bene per un’impresa costruttiva, ma può generare conformismo. E sappiamo che una condizione conflittuale può risultare distruttiva e sterile, oppure arricchire la diversità dell’insieme rendendolo più innovativo.
Nel mondo dei blog ci sono tutte queste tendenze insieme.
Mi pare però che qui la dinamica competitiva sia forte, perché il blog offre un’opportunità a chi lo voglia di esprimersi e mettersi in mostra. Il che alimenta la diversità e
D’altra parte, anche la dinamica collaborativa è forte tra i blog. Se non altro perché chiunque voglia essere attivo in questo “medium delle persone” ha bisogno di essere riconosciuto e linkato dagli altri, dunque deve a sua volta riconoscere e linkare gli altri. Per di più, la cultura fondamentale dei blogger è conversazionale. Dunque intrinsecamente rispettosa e generosa.
Probabimente, di solito la parte competitiva dei blogger convive con la parte collaborativa in modo relativamente equilibrato. Le conversazioni e le discussioni si autogestiscono in modo relativamente semplice. Il che avviene se nessuno emerge troppo o se chi emerge si pone al servizio degli altri senza sfruttare parassitariamente a proprio vantaggio il lavoro altrui.
Non troppo diverso è il caso dell’incontro tra blog e altre piattaforme o siti a loro rivolti (tipo Wikio, Technorati o BlogBabel...). Se questi siti emergono per la loro funzione di servizio, vengono accettati. Altrimenti, vengono rifiutati. (…)
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L’organizzazione dal basso o bottom-up
FORUM PA, 18/03/2008 - L’organizzazione dal basso o bottom-up che caratterizza la società italiana ha spesso rappresentato un limite per il nostro Paese. Un limite che in passato si è cercato di superare rincorrendo altri modelli organizzativi, ma che nella Società della conoscenza può essere sfruttato come punto di forza. Luca De Biase – de Il Sole 24Ore – Nòva – ci parla di chi sono gli innovatori dal suo punto di vista.
FORUM PA quest’anno ha scelto di cambiare approccio ai premi, proponendo di spostare la valutazione ed il merito dalle amministrazioni alle persone. Un approccio molto simile a quello che Nòva ha sposato già da qualche anno, giusto?
Sì è un punto di vista che condivido. Vede un’organizzazione può essere innovativa anche se al proprio interno mancano le strutture, a patto che ci siano persone capaci, competenti e disposte al cambiamento. Invece se mancano le persone anche nell’organizzazione dotata delle migliori strutture e dei migliori strumenti di lavoro o norme, non possiamo aspettarci qualcosa di veramente innovativo. Le tecnologie sono senza dubbio delle grandi opportunità, ma a volte sono talmente grandi che sembrano bastare, da sole, a fare innovazione, mentre ciò che invece determina l’innovazione è l’interpretazione che le persone danno delle opportunità offerte dalle tecnologie o dalle norme.
Dal suo punto di vista la pubblica amministrazione è capace di innovare e di innovarsi?
(…) Siamo abituati a percepire il cambiamento nella burocrazia italiana come assente o talmente lento da non essere percepibile, eppure alcuni casi hanno dimostrato che l’innovazione si può fare e si è fatta. (…) Ovviamente non possiamo ignorare che alcune cose sono più difficili da realizzare in Italia che negli altri Paesi.
(…) Un recente studio europeo (lo European Innovation Scoreboard) afferma che l’unica vera abilità del nostro sistema è quella di saper trasformare gli input innovativi in proprietà industriali, mentre manca la capacità di rendere la creatività un elemento di un processo continuo. Insomma non pensiamo “lateralmente”?
(…) Noi abbiamo una quantità di eccellenze individuali e patiamo una struttura fatta di contesti organizzativi deboli. È così da sempre. In questa situazione gli ottimisti sottolineano le genialità e i pessimisti sottolineano la mancanza di organizzazione e razionalità. Nulla di sorprendente in questo. Quello che potrebbe sorprendere è, invece, che in un contesto rinnovato questa situazione potrebbe rivelarsi un vantaggio.
(…) Come in tutte le cose si tratta di seguire ed incoraggiare le cose che funzionano. Questa forse, allora, potrebbe essere una tra le nuove missioni di una pubblica amministrazione innovativa, anche se da questo punto di vista la strada è ancora lunga.
Ma allora l’innovazione deve essere lasciata all’estro o alla genialità o alla “vocazione” del singolo?
Quello che sappiamo è che in un Paese come l’Italia gli innovatori pur sentendosi soli contro mille difficoltà lo fanno lo stesso. (…) La chiave del processo trovo che vada cercata nell’aggregazione. Il conoscere, il frequentarsi il sentirsi parte di una comunità o di una rete è qualcosa che amplifica a dismisura questa spinta, questa vocazione (…). Diciamo che l’input iniziale non può che venire dall’individualità, ma la riuscita dipende, invece, dall’effetto valanga che gli innovatori riescono a generare lavorando insieme o semplicemente confrontandosi. (…)
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Responsabilità dei blogger
Blog.debiase.com, 20 ottobre 2007 - Il disegno di legge sull’editoria ha come al solito generato un sacco di reazioni. Uno dei problemi emersi finora riguarda i blogger: devono essere assimilati a editori?
(…) Il testo dice quali sono le attività che fanno gli editori. Ma non dice che tutti quelli che svolgono quelle attività devono essere considerati editori. Questa è un’ambiguità. Vedremo come sarà sciolta.
(…) I blog secondo me non dovrebbero essere obbligati a trasformarsi in aziende editoriali, come non dovrebbero esserlo quelli che partecipano a costruire wikipedia. Ma questo non significa che non abbiano obblighi e doveri, oltre che diritti.
Secondo me, le persone che pubblicano online e lasciano che quello che scrivono sia letto da chiunque non dovrebbero essere condiserati necessariamente editori ma non dovrebbero considerarsi totalmente irresponsabili per quello che scrivono. Secondo me, l’idea che una persona scriva online mettendoci la sua faccia è parte integrante della credibilità dei blog: e se lo fa è assurdo che chi lo fa non se ne assuma
Penso che l’influenza dei blog crescerà anche in relazione al senso di responsabilità che i blogger coltiveranno nei confronti di quello che avviene sui loro blog. E che non occorra la legge sull’editoria per sostenere questa ipotesi.
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