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Professione e lavoro

di Simona Petaccia (05/11/2008 - 23:12)

FNSI, testo di Guido Besana, 05/11/2008 - Chi sono oggi i giornalisti italiani? Cosa fanno, come lavorano, che rapporti hanno con le imprese editoriali, con le istituzioni, con le fonti? Come sono organizzati, nel lavoro e nella società? Che peso hanno? Che scenari, che contratto, che lavoro e che professione possono immaginare per il proprio futuro? Oggi oltre 100.000 iscritti all’Ordine vivono la loro “professione” in modi e mondi diversi.

La maggioranza, oltre il 65%, è costituita da pubblicisti che non hanno ufficialmente alcuna attività lavorativa nel settore e da iscritti agli elenchi speciali, nessuno dei quali ha mai avuto una posizione contributiva all’Inpgi, nella gestione principale o nella gestione separata. Il 25% circa, svolge invece attività giornalistica a tempo pieno in genere regolarmente retribuita (più o meno bene), più o meno subordinata, con diversi gradi di copertura previdenziale, assistenziale e assicurativa. La parte restante è costituita da pensionati, disoccupati, sottooccupati e pubblicisti “classici”. Ci sono poi, in un numero non definibile, quei giornalisti di fatto, non iscritti o non ancora iscritti all’albo, che sfuggono alle statistiche della categoria.

La crescita incontrollata che negli ultimi dieci anni ha portato al raddoppio degli iscritti all’albo rende difficile una determinazione precisa dei numeri, che crescono al ritmo di oltre 500 unità al mese, ma la sostanza nel periodo attuale è questa.

In un settore in cui è ormai prevalente l’idea che tutti gli iscritti all’ordine abbiano e debbano avere pari dignità, in cui tutti si considerano e chiedono di essere considerati alla pari come professionisti dell’informazione, il primo grande divario è tra chi alla professione riesce a coniugare il lavoro e chi ha della professione solo il tesserino. (…)

Eppure il primo dato che colpisce guardando alle statistiche è proprio quello che ci dice come chi lavora sia ormai in minoranza negli elenchi dell’albo.

L’evoluzione delle tecnologie della comunicazione ha determinato una crescente difficoltà nella definizione dell’attività giornalistica. La scomparsa di molti processi industriali, la sostituzione dell’hardware col software, la tecnologia delle reti hanno prodotto un sistema in cui la sede di lavoro, la redazione, il desk, l’ufficio centrale, la tipografia, insomma tutti gli elementi di una filiera che appariva ben definita si sono trasferiti, o si possono trasferire, dal mondo reale al mondo virtuale.

E se il lavoratore vive in un mondo virtuale, in cui basta uno scambio di flussi informatici a determinare il rapporto di lavoro e le sue qualità, la differenza tra chi sta nella professione lavorando e chi ci sta tenendo in tasca un tesserino diviene impalpabile.

Questo facilita il flusso continuo, la marea montante di nuovi iscritti che raggiunto uno status non entrano mai nel mondo del lavoro. (…)

La facilità con cui gli Ordini regionali hanno mantenuto nei loro elenchi chi avrebbe dovuto essere depennato ha qualcosa di irresponsabile in sé. (…)

Questo fa sì che chi oggi svolge attività giornalistica viva una condizione di problematicità lavorativa, mentre nell’Ordine la maggioranza degli iscritti negli elenchi non ne sente gli effetti, non avendo interesse al lavoro.

Il fascino che incomprensibilmente continua ad esercitare il “mestiere” di giornalista sui più giovani, testimoniato anche dall’incredibile massa di iscritti alle facoltà di scienze della comunicazione oltre che dai sondaggi e dalle selezioni delle scuole, e la immensa platea dei pubblicisti senza interesse a contrattare anche minimamente la prestazione occasionale rendono ormai privi di potere contrattuale tutti coloro che in altri tempi avrebbero potuto campare dignitosamente esercitando la libera professione come free lance. (…)

L’allargamento della base ha avuto come effetto collaterale il “todos caballeros”, la corsa alle tessere e ai contributi, l’espansione in territori di confine, la compiacenza, le clientele, il do ut des, il cammellaggio, le quote di iscrizione pagate da altri per poter votare alle consultazioni di categoria, gli interessi anche economici che si basano sul numero o sul nome accreditato dell’organismo, non importa quale, di categoria, i premi e i concorsi, i corsi e i convegni, le cene sociali, gli accrediti agli amici, le marchette di gruppo, il silenziatore ai provvedimenti disciplinari, il cane che non mangia il cane, le regole che per gli amici si interpretano sono mali che, sia pure insiti nella natura umana, hanno proliferato in una categoria che nelle sue istituzioni ha visto crescere e prosperare “rappresentanti di professione”.

Questa nostra disgraziata natura ha influenzato anche e soprattutto l’andamento dei flussi di accesso al professionismo. (…)

Vanno a Roma a fare l’esame in 1600 all’anno. L’80% passa l’esame. 1300 nuovi professionisti all’anno mentre 250/300 giornalisti attivi vanno in pensione. (…)

Per questo è necessaria, ma non sufficiente, una riforma della legge 69 del ‘63; ma in attesa di questa alcuni correttivi sono già oggi possibili, a partire da una maggiore selezione all’esame che inverta l’attuale rapporto tra promossi e bocciati, da una politica più rigorosa e responsabile da parte degli ordini nel riconoscimento dei praticantati d’ufficio, da una programmazione più aderente alla realtà del numero di posti nelle scuole riconosciute dagli ordini.

Senza dimenticare che la qualità e la capacità delle commissioni esaminatrici possono essere determinanti per questa selezione, e che formarle col criterio di regalare una vacanza romana a qualche amico non può essere più considerato accettabile. (…)

La qualità che deriva dalla padronanza e dal controllo dei nuovi sistemi editoriali, siano essi dedicati ad una sola piattaforma distributiva o a più piattaforme, da raggiungere attraverso la formazione permanente e attraverso una convinta adozione da parte dell’intera categoria dell’idea che oggi siano destinati a convergere non solo i media ma anche i giornalismi. In questa prospettiva la battaglia di retroguardia di chi pretende che la multimedialità resti un terreno estraneo al nostro lavoro, sul quale avventurarsi cautamente solo su base volontaria e solo se retribuiti è quanto di più vicino alla pulsione suicida si possa trovare oggi sul mercato del lavoro.

La multimedialità sarà il terreno naturale della professione, e rifiutarla significa accettare che altre figure, e non i giornalisti, trovino quei posti di lavoro, quelle professionalità, quei redditi, quei ruoli. Rifiutare i nuovi strumenti significa rinunciare al controllo dei mezzi di produzione, che in questa fase i lavoratori giornalisti hanno l’occasione invece di riacciuffare con decisione. Affermando con forza la necessità di un lavoro giornalistico serio, approfondito, verificato e affidabile per poter costruire mezzi di informazione che (…)  siano in grado di dare piena attuazione al diritto del cittadino a una informazione completa, affidabile, rigorosa. (…)

La qualità di condizioni di lavoro e di contrattualizzazione chiare, che consentano uno sviluppo delle carriere e una stabilità del potere d’acquisto dei giornalisti tali da permettere e anzi incoraggiare l’indipendenza e l’autorevolezza dell’informazione. Sapendo che oggi, e a maggior ragione domani, non è più sostenibile un modello contrattuale che per troppo tempo ha dirottato le risorse economiche su una parte della categoria che ha vissuto di rendite di posizione. Gli automatismi di reddito e carriera non possono più vivere di vita autonoma, creando una giostra che continua a premiare in maniera esponenziale chi è riuscito a salirci e lasciando ai margini e con le pezze al culo chi per mancanza di padrini non viene considerato una assunzione inevitabile. (…)

Per maggiori informazioni, scrivere un messaggio e-mail all’indirizzo elettronico infofnsi [at] tin.it indicando ‘Simona Petaccia’ nell’oggetto.

Per leggere il testo completo, clicca qui.

 

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Cercasi Addetto/a Ufficio Comunicazione

di Simona Petaccia (05/11/2008 - 22:42)

Fonte: TrovoLavoro, 05/11/2008 - REHAU marchio di prestigio per soluzioni in materiali polimerici, occupa una posizione di leadership a livello internazionale nei settori Edilizia, Automotive ed Industria. Ogni giorno, in ogni situazione, incontrate i nostri sistemi. La maggior parte delle volte ciò avviene magari senza che ve ne accorgiate, ma sempre con benefici ben percepibili. Oltre 15.000 collaboratori in 170 sedi in tutto il mondo si impegnano con competenza e spirito innovativo per la crescita continua della nostra Family Company indipendente.

La nostra azienda ricerca per una sostituzione maternità: ADDETTO/A UFFICIO COMUNICAZIONE (sostituzione maternità).

Mansioni:

Il candidato prescelto si occuperà nell’ambito del settore edilizia e industria di gestione della comunicazione integrata. In stretto contatto con la casa madre tedesca preparerà la versione italiana della documentazione rispettando le linee guida del Corporate Design. Il candidato parteciperà attivamente all’organizzazione di corsi, fiere ed altri eventi.

Profilo:

Il candidato ideale è un giovane diplomato/a o neolaureato/a in lingue o marketing con una solida cultura generale. Ha una breve esperienza nel campo della comunicazione o nell’organizzazione di eventi. Ha un’ottima conoscenza della lingua tedesca e preferibilmente anche inglese, nonché del pacchetto Office Automation.

Il candidato presenta ottime capacità comunicative (a livello scritto ed orale) e ottime doti relazionali.

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Per inviare il proprio curriculum vitae, bisogna corrispondere perfettamente al profilo ricercato e scrivere un messaggio e-mail all’indirizzo elettronico Ufficio.Personale @ Rehau.com indicando ‘Simona Petaccia’ nell’oggetto e rilasciando specifica autorizzazione al trattamento dei dati personali ai sensi del D.Lgs. 196/03.

 

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IV sondaggio su ‘Social Media e loro impatto sulle Relazioni Pubbliche’

di Simona Petaccia (05/11/2008 - 12:13)

È on-line il sondaggio che mira a studiare quale sia l’impatto dei social media sulle Relazioni Pubbliche e sulla Comunicazione.

Si tratta della quarta edizione di uno studio annuale condotto dal dott. Don Wright dell’Università di Boston e da Michelle Hinson (membro dello staff dell’IPR - Institute for Public Relations), che è stato segnalato in diverse pubblicazioni professionali e accademiche.

Per maggiori informazioni, scrivere un messaggio e-mail all’indirizzo elettronico DonaldKWright @ aol.com indicando ‘Simona Petaccia’ nell’oggetto.

Per partecipare, clicca qui.

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